Meeting del Volontariato 2024 - Irresponsabili - Bari 29 - 30 Novembre e 1 Dicembre - Spazio Murat ed Ex Mercato del pesce - Piazza del Ferrarese - Evento del Centro di Servizio al Volontariato San Nicola OdV

Meeting del Volontariato
2024

IЯRESPONSABILI

accoglienza ● cittadinanza attiva ● educazione ● futuro ● libertà ● non violenza ● partecipazione ● sostenibilità

29 – 30 Novembre e 1 Dicembre
Spazio Murat – Ex Mercato del pesce
Piazza del Ferrarese
Bari
ingresso libero e gratuito

Streaming YouTube: La responsabilità dell’informazione Conversazione sulla guerra

streaming YouTube

Sono intervenuti

  • Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente
  • Leonardo Zellino, Inviato RAI
  • Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno
Trascrizione

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

Buonasera a tutti. e a tutti io sono Alessandro Cobianchi, sono il direttore del centro servizio volontariato San Nicola. Qui in platea, tra l’altro c’è la Presidente Rosa Franco. Siamo arrivati alla terza giornata del meeting del volontariato e quindi oggi si chiude questa tre giorni che devo dire, è stata per noi ricca di soddisfazioni perché abbiamo sfidato la pioggia e il vento, ma questa sala è sempre stata piena. E poi per chi organizza, come sapete, oltre alla qualità del dibattito, che è la cosa fondamentale, poi c’è stata comunque una presenza, una partecipazione del pubblico, cosa che. Attualmente non può che farci piacere perché dopo tanto impegno, tanto lavoro, vedere essere ripagati da questa presenza. Tra l’altro a fianco invito tutti i visitatori e tutti i partecipanti a questo incontro. Se avete voglia, fino a stasera c’è comunque il villaggio delle associazioni, più di 130 associazioni si sono avvicendate in questi tre giorni e insomma credo che siamo in chiusura. Possiamo cominciare a dire che i primi, i primi bilanci sono sicuramente positivi. E stasera però, chiudiamo in bellezza. Con tre incontri. Credo uno più interessante dell’altro e non non faccio graduatoria ovviamente, quindi prima di passare la parola. Al al vero diciamo Moderatore di questa serata, comincio a ringraziare appunto Massimiliano Scaglierini, vicedirettore della Gazzetta del 12:00. A cui lascerò la presentazione degli ospiti. Naturalmente volevo. Innanzitutto, appunto rimarcare la scelta di questo, di questo incontro, di questo tema, i responsabili che abbiamo dato. Al nostro meeting, alla sedicesima edizione del meeting i responsabili, come vedrete c’è 1 1 R in più che fa che ci ha fatto partire come irresponsabili. Naturalmente abbiamo declinato la parola responsabilità, il significato della responsabilità. Venne un ventaglio di di di incontri, appunto, e di di di di programmi, cercando di comprendere quale potesse essere il significato che si dà oggi, partendo dal livello più alto, per così dire, cioè quello degli amministratori, la responsabilità di chi ha dei ruoli, come si suol dire, di responsabilità, ma cercando anche di interrogarci su qual è la responsabilità di ciascuno di noi, qual è il significato che diamo a questa parola, soprattutto legandola al al tema del volontariato. Volontariato viene visto come la parte buona della vita, cioè coloro che si impegnano, coloro che si mettono a disposizione degli altri e in qualche modo la responsabilità è, è, è una, è una parola che chiama l’altro, cioè una parola che che concerne la relazione con l’altro. Quindi per per questo noi abbiamo voluto affrontare le varie tematiche, abbiamo parlato di di ambiente, di diritti delle donne. Diritti di genere, per essere più precisi. E questa sera parliamo di un tema per noi, per noi importante. Perché tante associazioni? Toni si occupano di o di advocacy oppure si occupano comunque di di sostegno? Tra l’altro oggi ci sono delle associazioni legate, ad esempio. Associazioni Ucraina EE altre. E quindi per noi è importante naturalmente focalizzare su questo, cioè cercare di capire, di ascoltare le vostre storie, ma anche di cercare di capire quello che noi possiamo fare domani, cioè il nostro intento è quello di consegnare II dibattiti, gli incontri del meeting, non AA una bella serata. Ma di fare in modo che tutto quello che ci diciamo, tutto quello che ascolteremo, possa diventare per noi un programma di lavoro. Possa essere il un testimone che voi ci lasciate. E siamo onorati e fieri di avervi di avervi qui. Quindi. Insomma, buon buon dibattito a tutte e a tutti. Lascio la parola a Massimiliano Scagliarini a cui appunto per la presentazione dei nostri ospiti. Grazie ancora.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Grazie, ma lo possiamo fare un applauso dai. Beh, in realtà diciamo. L’argomento che ci avete che ci avete affidato è 1 1 argomento importante è è un argomento complicato perché vedete parlare di responsabilità dell’informazione soprattutto in tempi di post verità, quindi. Nei giorni in cui tutti siamo diventati giornalisti perché tutti abbiamo social da utilizzare, quindi tutti adesso se usciamo di qua, vediamo un incidente, facciamo una fotografia, diventiamo i giornalisti di noi stessi. E quindi in tempi noi diciamo di disintermediazione, parlare di responsabilità è diventato complicato, perché? Chi controlla la l’informazione e che viene veicolata da canali sempre maggiori, sempre meno controllabili, a volte sempre più di parte? Insomma, avrete seguito. La vicenda che riguarda Twitter poi è diventato X è sostanzialmente messo a disposizione dal Presidente degli Stati Uniti, presidente che ha appena vinto le elezioni di Trump. Per una campagna elettorale e molto probabilmente anche in maniera determinante nelle nelle scelte degli elettori americani. Quindi il tema è complesso, non non si esaurisce, ma diventa ancora più complesso quando parliamo di fatti che avvengono lontano da noi. Perché è chiaro ed evidente che se voi leggete su un giornale locale qualcosa che ha a che fare con qualcosa che è accaduto a Bari, voi uscite di qui andate a verificare di persona. Semplice, no? Ma se i fatti di cui parliamo sono accaduti al di là del mare o in un’altro continente, o magari in Israele o lì. Vanno o in Ucraina? Insomma, il controllo diretto delle fonti. 10 è impedito per quelli, per quelli di noi che non, che non fanno i giornalisti di. E. Il rappresentante di quel sistema dell’informazione che può essere anche un sistema non codificato, perché non è necessario avere una tessera in tasca per raccontare informazioni, per raccontare quello che accade. Anzi, spesso in luoghi di guerra l’informazione arrivano, diciamo da da canali non ortodossi, secondo la professione ufficiale. Ecco chi controlla è tutto affidato alla all’etica. Del del giornalista, della persona che si che in quel momento è l’intermediario del pubblico e quindi si generano a volte anche fenomeni molto particolari, che sono i fenomeni di giornalismo militante, per i quali poi insomma, ne potremmo discutere a. Insomma, per per tante ore potremmo anche accendere il dibattito su cose di questo genere, non so se servirebbe, ma anche sulle definizioni, perché quello che quello che per me può essere un resistente, per qualcun altro può essere un terrorista e viceversa, naturalmente, per cui. L’informazione diventa a un certo punto canale di propaganda politica. È un rischio? Si, ovviamente lo è, ma è anche l’unico prezzo da pagare per avere, per sapere quello che succede molto lontano da noi. Perché nessuno deve fare l’errore di dire è accaduto in Ucraina, in Libano, in Israele. Non mi interessa. Sbagliato e. Sbagliato. Sbagliato perché tutto quello che accade in questi giorni, ogni ogni decisione che viene presa nelle nelle capitali del mondo finisce sulle. Finisce sulle nostre tavole, finisce nelle nostre tasche. L’aumento dei mutui, la benzina, la l’inflazione sono gli effetti di decisioni prese lontano da. Ora. Abbiamo qui oggi la possibilità di parlarne con chi? Con chi è sul campo e quindi con chi ha visto. E quindi probabilmente può raccontare meglio di me alcune dinamiche che si generano nei nei teatri di guerra. Francesca Bosi, Barese. Una esperta di Medio Oriente che conosce molto bene le le dinamiche di Israele e quello che succede nei rapporti con la Palestina lo racconta anche per i giornali. Di quei luoghi e non solo per i giornali italiani, ma quindi lo racconta anche agli israeliani, per cui e ha evidentemente la COM. Per spiegare dinamiche complesse a chi le vive. Leonardo zellino, Barese no di Canosa si può dire bachese? No vabbè. Insomma.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Ufficialmente.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Sì, vai. A Bari diciamo Conterraneo di di un di un più noto canosino inviato della Rai che ha girato Israele, è stato in Ucraina, è stato in Libano, quindi ultimamente su tutti su tutti i teatri di guerra più importanti. E ovviamente con rischi anche anche piuttosto importanti. Francesca, cominciamo con te. Cosa sta accadendo in in Israele? Soprattutto, qual è il distacco tra quello che accade EE quello? Noi leggiamo.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

C’è, c’è il mondo e c’è e c’è poi quello che quello che si legge del mondo. Diciamo che in questo momento non hanno tanto in comune se si parla di israeliani e palestinesi. Mi ha molto colpito. Io sono arrivata a Ramallah per la prima volta nel 2007. Per la mia tesi di Masters, via col Sant’Anna di Pisa, quindi insomma sono abbastanza abbastanza veterana. Sono una specialista di diritto internazionale e penale. Ero. Ho iniziato, diciamo i primi anni, ero nello staff di Mustafa Barbuti.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Che. Diciamo una delle figure di primo piano, no, dei tra i palestinesi mediatore tra fata Hamas e oggi scrivo per gli idiota honot che è il principale quotidiano israeliano. E sostanzialmente. Sono stata quasi fissa di base, sono a Kabul. Sono stata quasi fissa a Jenin, nel Nord della West Bank, dalla fine del 2021, perché non è che non l’avessimo. Arrivare il 7 ottobre? Ero rientrata. Quattro e il 7 ero di nuovo, ero. Di nuovo lì. Da specialista di hamastra oltre avevo intervistato iyasinguar. Conosco perfettamente tutti, tutti i leader. Voglio dire di Hamas, non è che non avessero detto quello che stavano pianificando, è semplicemente insomma, gli israeliani erano distratti. Quello che mi ha molto colpito? Dopo il 7 ottobre. Intanto questa visione qui soprattutto, quindi al di fuori no del Medio Oriente, gli israeliani e i palestinesi come due no, come due entità separate no, per cui tutti mi hanno sempre dal momento che io in genere copro per la stampa italiana, per Repubblica, la Whows Bank. Quindi il lato palestinese no. Nessuno ha pensato di chiedermi no il 7 ottobre come Stai? Quello che ha chiamato uno dei primi alle 06:35, che ha chiamato da uno dei kibbutz dal kibus di che farà? Per dire che insomma, davanti ci aveva degli degli Omini verdi in deltaplano. Scattate una foto e l’ho inviata in redazione. Era il mio fotografo e noi in diretta l’abbiamo visto sparato da quelli di Hamas. Nessuno in Italia ha pensato che una persona che sta tra israeliani e palesesi dal 2007? No, probabilmente aveva e ha. Amici, conoscenti, insomma a una vita che sta no, nonostante il muro è l’unico paese. A nessuno in Italia è venuto in mente di pensare no, che io potessi avere rapporti stretti anche con tanti israeliani. A nessuno è venuto in mente perché mi hanno identificato come quella che scrive da. E è un unico paese, è un unico popolo, nonostante tutto si specchiano gli uni negli altri, no? EE per questo poi è così, no? Affascina così tanti di noi. Ed è un po il conflitto dei conflitti. Quello che mi ha molto colpito è che mentre il mondo no si divideva tra filo israeliani e filopalestinesi, quindi invece di aiutare sostanzialmente noi che stavamo lì a capirci un po di più, ma amplificando il conflitto. No, no. E che in realtà la stampa che si divideva no. C’è molta più libertà in Israele di scrivere che qui, nel senso che io posso scrivere per gli idiota konot cose che in Italia semi azzardo a dirle no. Avrei accuse di ogni tipo. Si discute di tutto perché vuol dire quando la guerra ce l’hai fuori dalla finestra, no? Le cose le puoi dire, perché tanto se non le dici il lettore apre la finestra e ce le ha fuori da fuori dalla porta di casa, no? Per cui insomma, siamo siamo andiamo molto più a fondo. Invece qui c’è stata questa, alcuni la non ho un po più filo palestinese, altri un po più filo serena. Il risultato è che non sono stati raccontati negli uni degli altri. Allora? Per quanto riguarda i palestinesi, molto semplicemente no. Che sono stati descritti in genere no, come tutti dalla parte di Hamas, se non diciamo come Hamas come organizzazione, come Hamas come idea. No tutti. Certamente le bandiere verdi erano dappertutto dopo il 7 ottobre, ma. I presinesi sono soprattutto stanchi di tutto, sia di Hamas sia di fata, cioè io vi dico una sola cosa, cioè Mahmood, ha bassi presente autorità palestinese? Ho compiuto 89 anni il 15 di novembre, l’età media in Palestina è 21,3 anni Mahsa ad oggi. Non ha ancora detto niente sul 7 ottobre. Non si vota dal 2006. Consiglio, Consiglio legislativo palestinese, non si riunisce dal 2007. Il Parlamento è stato sciolto nel 2018. Mahs governa per decreti. E quando a un certo punto gli americani gli hanno chiesto, dopo il 7 ottobre un segno di una prova di vita? No, di qualcosa, fai qualcosa. E questo ha nominato, ha cambiato Primo Ministro e ha nominato uno che non vive manco io nella West Bank, vive vive ad hammam, fa il pendolare ad Amman. Ogni tanto si vede, c’è una situazione. Immaginate cosa pensano i palestinesi di Hamas e fatamas. Fino al sei di ottobre Hamas aveva tutti i contro a Gaza. È stata una delle ragioni del 7 ottobre, aveva tutti i contro e questa cosa non è emersa minimamente. No, cioè che uno sia andato a chiedere ai palestinesi, al di là di fargli fare la parte delle vittime, no, degli amputati, le donne, i bambini vecchi, io non. Ecco quando mi dicono no, vuoi raccontare le donne ai bambini? No, no, io non parlo di Vittorio. Sono la conducente di guerra, io non mi occupo di vittime. Perché, come direi, i palestinesi, come i siriani, gli egiziani, gli iracheni, gli afghani sono agenti della propria vita, agenti di cambiamento, non sono vittime, hanno delle idee, hanno delle opinioni. No, io non racconto gli amputati, si fa anche quello, ma non si può fare solo quello, no, è come se questi non avessero idea, fossero subissero e bastano e non fossero attori di quello che accade quando si va dal lato israeliano. Invece mi ha molto colpito che dopo che dal 7 ottobre io sono stata fissa piantata a Ramallah perché mi veniva chiesto di raccontare Ramallah, insomma. Anche tu? Tutto a Febbraio, verso Gennaio Febbraio, dunque il governo israeliano aveva vietato ad Al Jazeera di entrare nei kibbutz e c’era questo tema no, di cui noi. Molto discusso. Il governo israeliano non ha mostrato tutte le immagini del 7 ottobre per una questione di rispetto delle vittime.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Questo anche molto influenzato l’opinione nel mondo del 7 ottobre, quello che ho visto io in quanto giornalista israeliana, e molto di più di quello che avete visto voi o di quello che hanno potuto vedere loro come giornalisti internazionali. È stata una scelta del governo. L’altra scelta è stata quella di chiudere l’accesso ad Al Jazeera, cioè Al Jazeera. Non poteva entrare con le telecamere nei kibbutz. Un po perché diciamo che il rapporto con i giornalisti arabi, uno dei migliori, poi è stata chiusa. Adesso sono stati chiusi gli uffici di Al Jazeera. Però era una questione diversa. Il governo glielo aveva chiuso perché vede Al Jazeera come no in televisione del Qatar il Qatar finanziava massa e tutto, ma gli israeliani invece, in particolare le famiglie degli ostaggi. E volevano parlare agli arabi e ai palestinesi. Pensavano che magari nei tunnel i loro parenti avessero il televisore sintonizzato su Al Jazeera e quindi volevano parlare ad Al Jazeera. E quindi a quel punto io sono stata un po alla mediazione e per un mese sono stata per Al Jazeera, tra. Israeliani. Per prima non c’ero stata, fino ad allora no. EE mi serve avere una cosa completamente diversa da quella che mi ero immaginata leggendo la stampa internazionale, non solo leggendo Repubblica, ma leggendo il Garden, il New York Times, insomma quello che legge un giornalista di professione no, che legge un po tutto. Perché mentre c’era questo racconto. E degli israeliani. Un po il racconto dei coloni, no, di questi, dei più estremisti tra i coloni che noi come stampa israeliana che li conosciamo da una vita, abbiamo detto, il problema vero degli israeliani non è la minoranza di estremisti, è la maggioranza che ha paura, o che è indifferente, o che non vede i palestinesi o che preferisce non vedere. Non è la minoranza di estremisti, anche se questa minoranza sta aumentando, il problema è la maggioranza.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

E mentre c’era questa idea no di una Israele, come dire che contro contro Netanyahu che voleva il cessate il fuoco. Ma Netanyahu, no, no, assolutamente. Cioè gli italiani, gli israeliani, anche gli oppositori di Netanyahu anche adesso non vogliono la fine della guerra, vogliono il ritorno degli ostaggi, cioè un cessate il fuoco restituisce gli ostaggi. Dopodiché noi ricominciamo fino a quando? Perché sono fermi proprio al 7 ottobre. Incagliati nel trauma questa cosa qua da qui non si percepisce lineamente ogni singolo israeliano, anche quello più di sinistra. È convinto che in questo momento sia in gioco la sopravvivenza di Israele di dire rischiamo di sparire tutti noi. Siamo naturalmente tutti d’accordo razionalmente che non sia così, però in guerra le percezioni contano, cioè è come un amico, no, che ha paura, che è traumatizzato, che fate gli spaccate la testa contro il muro e gli gli dite, no, guarda, ti sbagli, trauma va affrontato. Ecco questa cosa da fuori non si percepiva niente io fino a quando non sono stato un mese con loro. Non l’avevo capita affatto. Per niente, perché quello che leggevo su la stampa era tutt’altro.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

E ovviamente. 1 1 lettura che apre a riflessioni, perché dire che Israele non abbia interesse a alla pace duratura implica valutazioni di altro. Già lei ha avuto la stessa impressione?

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Ma insomma, ci. Sono tanti temi si potrebbe discutere, diciamo per serate dopo quanto hai detto. Proviamo a buttare delle idee sparse. La percezione che ha l’israeliano in questo momento del proprio Stato minacciato lo ha avuto ben chiara, il primo giorno in cui ho messo piede in Israele. Cioè l’otto ottobre, il giorno dopo i fatti. Ed è un’idea che non si può non condividere, no, se ci fermiamo, se scattiamo una fotografia a quel giorno. C’è un’azione di quel tipo? Con più di 1000 persone uccise in un solo giorno. Se pensiamo che gli Stati Uniti per mille morti hanno fatto due guerre nel giro di tre mesi, Israele si è sentita minacciata, anche perché lo Stato è piccolo e circondato. E quello che diciamo, la l’altra riflessione che facevo mentre tu raccontavi rispetto.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

La percezione che ha l’israeliano medio, non solo quello di destra che segue Netanyahu, ma anche il cittadino comune, poi, che poi è la maggioranza silenziosa, che è sempre quella che fa i danni in tutte le società, in tutte le epoche. E che il 7 ottobre è stata colpita la parte più progressiva. Sta dell’opinione pubblica di Israele, cioè i gli israeliani che vivevano nei Kibuzzi ma a ridosso della Striscia di Gaza, cioè quelli che accoglievano ogni giorno una cosa come 20.000, lavoratori palestinesi che si muovevano da una parte e dall’altra per lavorare nei tibuzzi ma e poi tornavano indietro. E quindi proprio gli israeliani che avevano un rapporto diretto. Eee quando le persone hanno un rapporto diretto si vedono tutti i giorni, anche se hanno classi sociali diverse, opinioni diverse, idee diverse, ideologie diverse, appartenenze diverse, alla fine trovano un punto di di accordo ed è quella chiave di violino che consente alle persone di comunicare, cioè quasi una sorta di affezione umana. E loro avevano questa affezione umana. Io ho incontrato tantissime persone che mi hanno raccontato con il cuore insanguinato di quello che era accaduto, del fatto che avevano aiutato tantissime persone a curarsi in Israele, che non vedevano l’ora di tornare in Palestina nonostante. Mi riferisco in particolare ad una donna anziana che ho conosciuto nonostante la donna. Dico, il figlio di questa donna fosse stato ucciso dopo 8 ore di assedio nel bunker nel quale si erano rinchiusi insieme al figlio e alla moglie. E poi a un certo punto lui era dietro la porta, uno dei proiettili è riuscito. Ad attraversare la porta e l’ha ammazzato, mentre contemporaneamente la moglie e il figlio fuggivano. Insomma questa donna che aveva perso un figlio, credo. Sia la cosa più dolorosa al mondo, sopravvivere al proprio figlio, raccontava della sua mano tesa. Quindi insomma, come? Accade. Le cose sono molto più complicate di come sembra e di come vengono raccontate. Ed è quasi inevitabile perché un giornale ha delle pagine e quindi un contenitore all’interno delle quali ci sono le parole, ed è un contenitore per definizione che è limitato. No a un perimetro anche lì c’è un confine. Oltre non si può andare, un telegiornale ancora meno perché le parole che poi usare in un telegiornale sono quelle di un minuto e 15:01 e mezzo di servizio. E oltre non si può andare e racchiudere la complessità. Non solo dei fenomeni geopolitici che stanno dietro le cose, ma anche. Le sfumature umane che stanno dietro a qualsiasi dramma è certamente molto complicato. Io sono stato in Israele. L’otto ottobre. L’anno scorso sono stato. Il primo ad entrare, la prima True pri. Forse prima True televisiva italiana ad entrare in Ucraina quando è scoppiata la guerra, il 24 Febbraio 2020. Tutti due. E sono adesso stato in Libano in una situazione complicata in cui era difficile muoversi. Questo per dire che faccio parte di una sorta di test di cuoio degli inviati Rai, nel senso, se guardo la cosa un po più complicata. Magari mi mandano.

Intervento dal pubblico

Una.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Cosa che forse diciamo, considerate che soprattutto in zone di guerra, per la televisione è tutto 100 volte più difficile che per chi scrive, perché?

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Certo.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

In genere diciamo il livello di di diciamo di di facilità nel muoversi. Io per esempio, a parte che io Sembro araba per dire io in Afghanistan posso coprirmi no? A quel punto neppure nessuno neppure sa che sono straniera. Il secondo livello sono i fotografi che hanno comunque no EE poi ci sono loro, sfortunati, perché lui non è che si muove lui da solo con la telecamera cioè?

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Eh, io mi rivolgono con l’operatore ed è facilmente riconoscibile, soprattutto in televisione è è un ingrediente fondamentale del racconto, è la voce dei protagonisti che tu devi raccogliere con un microfono.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Cioè loro. Cioè tutto li deve accadere davanti.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

E allora se non ci sono voci, quasi non esiste il il servizio, l’ingrediente è fondamentale. E l’immagine? Però anche l’immagine la devi catturare attraverso una telecamera. Ma quindi dicevo, diciamo di me, parlavo di me impropriamente solo per dirvi che io ho toccato il dramma, inizio. E ovviamente per professione. Non sono uno che segue le cose a lungo. Ovviamente quando arrivano i posti cerco di capire dove mi trovo ed è quel e poi quello prima. Massimiliano Scagliarini all’inizio diceva no. Alla fine chi sta fuori? I giornalisti internazionali sono i nostri occhi su luoghi inaccessibili e lontani. Il principio però è lo stesso, se accade qualcosa nel Centro di Bari. Nella Gazzetta del 12:00 scrive di quel fatto, ognuno di voi può andare a verificare con i propri occhi. In fondo il giornalista che sta fuori è quello che continua a fare. Pare che fosse la salvezza del nostro lavoro. Finché ci sarà un giornalista che con i propri occhi potrà guardare le cose e avrà una deontologia, il giornalismo sarà sago, un giornalismo minacciato negli ultimi tempi anche dai social. Fukuyama, quello della fine della storia, ha scritto un libro che parla della politica, che si intitola politica dell’identità, il fatto che nei social ognuno di noi trova una comunità che rispecchia le proprie idee. Per cui ognuno si rafforza in quello che. Fede che il male assoluto, come dire, l’anticamera della dittatura se non c’è il confronto, ed è quello che accade abitualmente sui social, dove pullulano. Gli odiatori, perché tu hai un’idea e quella idea diventa insormontabile. E la tua qualcuno disposto a Sposarla, anche la più assurda, è disposto a Sposarla e tu ti rafforzi nella tua idea. E invece il segreto ancora nel nostro. E con i propri occhi quello che accade, la fortuna del nostro lavoro tuo fatto, diciamo. Con un coraggio quasi solitario, io diciamo alle spalle ho una grande azienda pubblica che me lo fa fare per fortuna. E mi consente di farlo e consente, credo al pubblico italiano di di poterne apprezzare i valori. Poi il racconto è parziale, inevitabilmente gli occhi che guardano sono gli occhi di chi li porta. Sono una prospettiva, un punto di vista, per quanto uno possa tendere alla verità, che è una cosa che raggiunge. Gibe è una prospettiva, è un fascio di luce che punta un fatto, una persona. Uno scorcio temporale e questo lo devono tenere presenti tutti, sia i giornalisti che i lettori o i telespettatori. Per questo è importante, nel caso dei giornalisti, incrociare le fonti. Che una sorta di bussola professionale, almeno per me, per i lettori è importante incrociare. Gli spazi informativi su carta stampata, on-line, in TV. Cioè ascoltare più voci per farsi un’idea, perché anche lì è facile trovare un riscontro a quelli che sono i propri valori e le proprie convinzioni. Ci sono talmente tante testate, per non parlare appunto dei forum online sui social, dove anche le idee più assurde possono trovare dignità. Mi è capitato tante volte di. Poi. Io faccio cronaca di tornare in Italia e girare per altre storie italiane. Ma tantissima gente mi fermavo e mi diceva, Ma questa cosa che accade in Ucraina è vera, cioè si sparano davvero? Io a loro l’unica cosa mi a parte, mi sono cadute le braccia, ma tantissima gente. L’unica cosa che mi sento di dire in questi casi è che non solo che è vero. Ma la guerra è la cosa più brutta che io abbia mai visto. L’ho detto come un bambino, perché diciamo? L’atteggiamento nei confronti del male dovrebbe essere quello del bambino, cioè si ferma a guardare, ne è intimorito e questo forse dovrebbe servire a qualcosa.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Abbiamo messo sul su. Insomma, tantissima carne a al fuoco. Io, non io, non so se c’è una ricetta che salverà il giornalismo, non se se la troviamo, probabilmente diventiamo ischi Eh. E anche il concetto di verità che lui tirava fuori è un concetto particolare, perché noi in Italia siamo. In compagnia, in ottima compagnia del Venezuela. Gli unici ad avere un ordine dei giornalisti? No. E abbiamo una legge istitutiva del 48 che parla di verità sostanziale. Che proprio quasi riconoscendo da parte dei padri costituenti che la verità non non esiste, la la la verità assoluta, quella calata dall’alto, esiste insomma qualcosa che più o meno assomiglia al al racconto di ciò che è accaduto. Quindi anche anche questo ci porta, ci porta alla riflessione. Diciamo insomma a chi ci vende, diciamo a chi ci vuole vendere la la la verità assoluta, insomma, probabilmente oltre a non aver studiato la storia. Come dire, probabilmente ci sta fregando, però provo a diciamo a tirarvi un po. Verso di nuovo verso il tema di questo incontro. Per esempio, parlando di elezioni americane, io. Che c’entrano molto con il con il ragionamento, insomma, che stava facendo? Adesso vediamo perché non so. Non so che impressione abbiate avuto voi leggendo la stampa italiana, io avevo avuto l’impressione leggendo la la stampa italiana, che non vincesse Trump, no, invece probabilmente la stampa, ma fosse anche quella europea, ha raccontato una situazione nella quale negli Stati Uniti stavamo andando verso. La vittoria che ci faceva più comodo, quella della Eris, insomma, che avrebbe risolto molti problemi. E quindi mi chiedo e vi chiedo come è stata, perché è chiaro che insomma, la vittoria di Trump contro quella di contro quella della Iris non è esattamente la stessa cosa per i popoli in guerra, per i territori in guerra, per per gli assetti del Medio Oriente. E quindi insomma, lì invece, come come è stata raccontata, lì che si aspettava. Che cosa gli dicevano II giornali locali di quello che stava accadendo al di là dell’oceano?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Su questo ora ho un segreto, nel senso che c’è sul Medio Oriente, soprattutto un giornalista italiano di cui non dirò il nome che seguo. Che. Sbaglia sempre, quindi quando lui fa un’analisi io so che accadrà esattamente l’opposto, ma proprio non è imbroccata una negli ultimi anni, Eh?

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Sì anche a Bari, anche a Bari sul Bari però insomma, vedete?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

È proprio la prima cosa che. Ecco la prima cosa che leggo.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Allora sugli Stati Uniti, io? Vi, vi allora, secondo me, naturalmente. Sono in questo momento da un po anche coinvolte nella nella mediazione tra israeliani e palestinesi. Quindi l’effetto, diciamo, è la differenza tra Trump e un possibile presidente democratico. Secondo me è, è tanto, è tanto, nel senso che. Nel senso che secondo me. Sparisce, nel senso. Sparisce proprio lo spazio geografico. Per uno Stato palestinese, cioè mi sembra molto chiaro a questo punto che cosa accadrà. La la diciamo lo scenario più probabile e cioè un’annessione di larga parte della West Bank a Israele. Israele che occupa, tiene occupata parte di Gaza con dei nuovi insediamenti. Un’altra parte resta, diciamo con la bandiera palestinese come piccolo Stato, nell’illusione no di uno Stato palestinese, l’allargamento degli accordi di Abramo all’Arabia Saudita. Questo è il motivo per cui è caduta Aleppo, tra l’altro. E cioè? Adesso vediamo. La reazione della Turchia a questo piano diciamo dell’Arabia Saudita è evidente. Però diciamo, questo è quello a cui andiamo incontro con Trump Presidente, quindi secondo me una differenza abbastanza sostanziale nel senso.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

A me ha colpito, ero in Libano mentre si iniziava a votare negli Stati Uniti e mi colpiva che nel Libano in guerra con Israele.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Ci fosse il tifo per Trump, così come in Israele, cioè entrambi tifavano per per Trump, questo mi ha colpito molto.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Sì, immagino. Tra l’altro anche l’Ucraina naturalmente è un’altro no paese che ovviamente. Come dire, non è che sia proprio la stessa cosa. No? Avere Trump o un presidente del.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Infatti, conversazione sulla guerra. Doveva essere come stazione sulle guerre, perché ci sono talmente tante anche, diciamo freschissime?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Cioè assolutamente la la, mentre tra l’altro, come dire, secondo me il conflitto, diciamo Medio Oriente ha anche un po delle dinamiche sue, un po più di lungo periodo, forse il conflitto in Ucraina ancora.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Ricadute, almeno stando alle promesse fatte dall’amministrazione. Quella entrante. Fanno ben sperare per chi crede nella pace. Ora magari gli ucraini si aspettavano Harris. Almeno gli ucraini che governano il paese. Però Trump è quello che ha detto che insomma in 100 giorni è in grado di riportare la pace in Ucraina. Vedremo a che a che costo. Però quasi certamente un riscontro delle conseguenze immediate su quel conflitto potrebbero esserci più su quello che su altre. Però le conseguenze forse già ci sono ovunque. La tregua fra Libano e Israele. Che dura praticamente fino all’insediamento di Trump. E un’indicazione? No, come se avessero fatto pace, perché poi tutto deve essere mediato con la nuova amministrazione. Americana.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

C’è però un dato di fondo che non solo a noi due diciamo giornalisti occidentali, i giornalisti bianchi come si come iniziano a dire da un po di anni no? Io. A noi tutti sembra esserci una differenza tra Trump, no? Cioè sembra intuitivo, no? Ora vi dico invece cosa pensano i palestinesi, i palestinesi non vedono alcuna differenza. Quando quando sono arrivata a Ramallah, appunto per è vero, me lo staff di Moustafa barbuti nel 2007, quindi io ero nel suo staff come portavoce quando è.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Barack Obama. E ricordo la notte elettorale, no. Una notte in cui i palestinesi, quindi poi in collegamento con quelli della diaspora, no. Tutti incollati fino al mattino dopo, no per seguire e sembrava si aspettavano ovviamente moltissimo, da da da Barack Obama. Il giudizio arabo in generale su Barack Obama è negativo, di questo poi si può discutere, eccetera. Poi il giudizio arabo è negativo, forse anche per un eccesso di aspettative, nel senso che erano poi ci sono stati gli anni della Primavera araba. Lui andò al Cairo con un discorso molto famoso in cui sembravano sostenere sostanzialmente la primavera araba, poi invece è andata com’è andata. Come è stato l’ultimo presidente statunitense in cui in un certo senso i palestinesi e anche molti arabi hanno creduto e hanno avuto fiducia. No, presente nero. E tutto quello è stata l’ultima notte in cui hanno seguito le lezioni. Tutti i Presidenti successivi hanno molto colpito questa cosa, se ne sono andati tutti a dormire. Nessuno ha seguito il conteggio del per Trump, tanto che ogni tanto noi ci può alle sei del mattino mandavo i messaggi. Ai leader di Hamas dicendo Eh? Non importava niente. Ho detto, per noi non cambia niente. Cioè perché per loro comunque? Beh, per i palestinesi in un certo senso lo capisco, perché il nodo poi ora veramente. Veramente è una questione non più politica, quella dei due Stati, ma una questione geografica, cioè se lo spazio esisterà o meno per questi due Stati. Risposta, non esiste, è già andato lo Stato, lo infumo, è già andato lo spazio e quindi per loro il mio dovere è quello degli insediamenti. No, continueranno, non continueranno, si espandono, non si espandono. E siccome su quello la posizione americana non cambia tra democratici e repubblicani per loro non c’è nessuna differenza. E non c’è più nessuna differenza rispetto a noi europei, cioè non so se c’è Giorgia Meloni Presidente o se c’è Fausto Bertinotti Presidente, per loro non cambia niente.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Invece a me interessa una cosa. Chiedo scusa a Massimiliano. Davvero Hamas, visto i tuoi rapporti con i leader di Hamas, davvero Hamas non si aspettava una reazione così forte di Israele? È stato un errore strategico o c’è dell’altro? Perché no? Nel complottismo alimentato dai social. C’è anche la tesi, Israele sapeva benissimo che stavano per attaccare, che Hamas stava per attaccare in quella maniera ed era la scusa che Israele ha usato per fare Piazza Pulita a Gaza. Appunto, tesi complottista. Però diciamo da da analista, da osservatore, io dico davvero. Amassi Nuar Anie non si aspettavano che dopo aver ammazzato più di 1000 persone e catturato quasi 200 ostaggi. Ci fosse una reazione così decisa.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Considera che. Le infiltrazioni oltreconfine con diciamo la la presa di ostaggi sono sempre stata la tattica privilegiata dai palestinesi nel 1948 e in particolare. Il teorico diciamo di questa strategia era sale alla ruri, che non a caso è stato il primo che poi Israele ha eliminato a Beirut, il due di gennaio e i giornalisti anche internazionali. L’hanno vista come una figura minore, sale alla Rudy, è stata la mente, diciamo del del 7 ottobre. Lui era convinto di questo. Perché c’era stato il precedente di chi? La Shalit del caporale dell’AIDS che fu sequestrato, tra l’altro, poi fu all’origine della guerra del Libano. Quella del 2006, insomma, fu sequestrato. Alla fine fu rilasciato nel 2011 in cambio di 1027 prigionieri tra.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Uno in cambio dei 1027. Però qui c’erano 200 ostaggi.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Tra cui yaya singuar. Quindi Hamas pensava, perché resistenza armata? No, significa tante cose, può significare non so gli attentati a Tel Aviv, può significare dirottare gli aerei come ai tempi dell’OLP, no, la tattica diciamo preferita no. Su che Hamas pensava funzionasse meglio, potesse funzionare meglio, era quella della dei sequestri. Questa cosa era stata, diciamo, teorizzata da Hamas negli ultimi anni. Ora il problema è che, soprattutto per averne poi discusso il 7 di ottobre stesso e l’otto di ottobre con gli altri di Hamas, l’operazione era stata pianificata. È chiaro che qui c’è un po un tentativo di Hamas, no di di di cavarsela rispetto alle proprie responsabilità. Era stata pianificata in modo un po diverso, cioè l’obiettivo, da quanto abbiamo capito, era. Avere 50 ostaggi come numero certamente erano previsti dei morti, perché nonostante Hamas neghi e dica che l’obiettivo era avere un certo numero di ostaggi per ottenere in cambio la fine dell’assedio di Gaza. EE poi naturalmente andare al potere a Ramalla, perché l’obiettivo di Hamas era nella nello scontro tra Hamas e Fatah puoi prendere il potere, questo era il senso. L’obiettivo era avere una cinquantina di ostaggi. Ora nella ricostruzione, poi anche proprio militare, c’è un report di Human Ice Watch che certamente non può essere accusata di essere filo uno, filo l’altro. Insomma, gli attacchi a chi busserano coordinati gli attacchi contro alcune aree civili, quindi non è che Hamas non avrebbe non avesse proprio pianificato. Di. Di di di attaccare intenzionalmente anche i civili, però diciamo che l’obiettivo di fondo era quello di avere una. Di ostaggi. E poi è andata com’è andata. Per per per tre motivi. Il primo motivo c’era questo Festival che era stato 24 ore prima, prolungato di altre 24 ore, che quindi non era previsto ci fosse. Quindi viene prolungato e questi se lo trovano davanti. Se lo trovano davanti, in una delle aree proprio da cui sfondano la barriera. Non si trovano le IDF davanti, perché non si trovano le ADF davanti. Su questo? Certo, in rete girano molte tesi, appunto anche tra i palestinesi che dicono, possibile che Israele possibile, possibile perché?

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Possibilissimo c’erano i palloni spia al confine, che sono i palloni che in genere usavo per intercettare telefonate che non funzionano da semi. Sì sì, era weekend di festa, quindi molti militari erano tornati a casa e poi, molto banalmente, siccome l’attenzione negli ultimi mesi era concentrata sulla West Bank, erano stati dirottati battaglioni, milioni lì EE quindi si era sguarnito il.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Fronte io ero io ero rientrato il quattro di ottobre e venivo. Ero stata 20 giorni con gli islamici. Jihad c’era stato un Rai da Jin Jinhin, il refuji Camp. Insomma, minimo. Ha 9000 residenti, più o meno e a un certo punto era stato chiuso da 6000 soldati, 6000 questi la settimana prima del 7 ottobre, 6000 soldati stavano solo sui chenin. Quindi per questo poi erano scoperti. Naturalmente hamaston si aspettava minimamente una cosa del genere? E che succede che nel momento in cui, come dire, non trovano la difesa dal lato israeliano? A quel punto entrano dietro questi di Hamas, cioè a cancelli aperti entra chiunque e là è stato il massacro. A me ha molto colpito e su questo mi ha anche colpito la stampa. Ecco, quella un po più no. Filopalestinese che su questo non ha detto niente, i giornalisti, cioè. La scena io, insomma, per mia. E ho tanta esperienza di guerra, eh, ma proprio tante esperienza di fronte fronte. E allora non tutti i fronti sono uguali e quindi le scene di kibbutz non erano i resti dei kibbutz, non erano le scene di una battaglia, lì non c’era stato uno scontro armato, quelle erano le scene di un crimine, cioè proprio di un serial killer. Era una scena completamente diversa, cioè chi ha esperienza di guerra ti dice, questa è come una scena, non lo so. Di un attentato terroristico, ecco. Non era una scena di una battaglia, lì non nessuno aveva combattuto, c’era gente che aveva sparato a gente che stava dentro casa.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

EE questo l’hanno fatto i miliziani, quando tu dici a un certo punto aperti i cancelli è arrivato chiunque. Ma i video con le GoPro Feliciane Yamaha?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Sì, sì, assolutamente, ci dico.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Io sono diventata il racconto della guerra, come che poi sono diventate quelle il racconto della guerra.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Imbottiti di droga. Che partivano, però.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Qual è stato? Problema che.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Entravano e chi busse sparavano a crudo sulle case ai bambini donne fa presupporre che nel piano ci fosse ammazzare quanta più gente possibile. Del resto molti, quando dopo ore di massacri arrivano in forze, II militari israeliani ingaggiano lì sì un conflitto a fuoco, perché io sono stato a kharaza aberi. In tutti i kibus più devastati e c’era la scena del crimine. Nelle nelle case, ma c’era anche. Il il segno di una battaglia feroce che c’era stata che a un certo punto arrivano i carri armati per cui lo scontro diventa armato.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Partiti con un obiettivo. E quello che ti ti chiedevo, è possibile che se tu pianifichi 1 1 atto terroristico così sanguinario nei confronti di civili inermi? Anche se poi cartoni. Gli ostaggi. La strategia degli ostaggi la conosciamo da tempo. Anche i libanesi puntavano a fare prigionieri. Adesso non non ci sono riusciti. È possibile che non avessero messo in conto che poi ci sarebbe stata una reazione così così dura?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Ti dico. Premesso che certamente avevano anche pianificato di attaccare i civili eccetera no, poi la cosa è andata oltre, diciamo nei numeri no? Non tanto nell’efferatezza, ma oltre la ferratessa sarebbe stata quella comunque oltre nei numeri no. Considera che quasi 400 e oltre morti sono venuti dal Festival. No, se quel Festival non ci fosse stato no, invece di 1002 tu ne avevi 700. Che fa tanto. Perché se fossero rimasti ciò che è brutale, scusate la contabilità dei morti, però il nostro mestiere.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Anche perché i crimini più atroci li hanno commessi nelle case dove c’erano dei bambini, dove hanno sgozzato. Allora quando tu dicevi prima, non so se i giornalisti internazionali hanno visto le immagini.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

A un certo punto Israele dice no dicevi? Non hanno diffuso le immagini, ma erano immagini intrasmissibili, hanno fatto una visione ad hoc convocando a turno i giornalisti internazionali, come al cinema.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Sì, ma vedi, ma vedi? Erano sui social. Quindi.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Erano sui canali Telegram, erano sui canali molte cose, non è quelle, molte cose viste non erano da nessuna parte ed erano ancora nelle memorie dei miliziani uccisi sul campo che loro hanno recuperato e c’erano delle cose. Adesso non voglio rovinarvi la serata, ma insomma io delle cose da accapponare la pelle vorrei farmi.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Al discorso. Caratteri Telegram ma cioè?

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

A questo proposito vorrei farmi una domanda, 1 2 domande. Cioè la prima riguarda proprio il vostro ruolo in particolare. È quello poi che spinge. Come dire, molte informazioni ormai non arrivano soltanto dalla televisione. Io sono sempre incollatoalla.tv. Insomma, ormai immagini, cioè come dire le immagini che arrivano dal dalla Rai. Come dire, ognuno di noi ogni giorno penso incollato o seguiamo i reportati. Però poi c’è una ormai un giornalismo, come dire fai da te. EE quindi io mi chiedevo, quanto incide? Perché poi io per esempio non seguo molti social, mi chiedo quanto questo incida nel nello spostamento opinione. Poi faccio la seconda domanda, perché su questo, come dire, è un po quello che riguarda anche il nostro ruolo, no? Cioè il ruolo di chi si occupa di associazionismo. E quindi quello anche il che il che fare in questo momento cosa possiamo fare? Io insomma sono un po vecchio, quindi sono sono legato alle mie esperienze. Sono legate AA un tempo in cui ci rendevamo conto che l’associazionismo chiaramente non risolveva, non. No, non è che evitava che vi fossero le guerre, però svolgeva un ruolo. Io ricordo uno degli insegnamenti che ci veniva dato quando ci occupavamo di questi temi era cercate di parlare con la società, con i pacifisti israeliani. Io mi ricordo noi lavoravamo su proprio progetti, su Ramalla però l’indicazione che ci davano e dicevano, cercate di parlare anche con i pacifisti israeliani, perché loro sono isolati. Mi ricordo la stessa cosa quando è stata con i movimenti, con i movimenti. Punti, diciamo che cercavano di di costruire qualcosa in Bosnia e in Kosovo. Cioè c’era sempre questa spinta dell’associazionismo, del mondo in cui facciamo noi parte a preoccuparsi, a essere dall’altra parte. E infine, penso alle primavere arabe, quando addirittura si andava cercando di fare proprio un lavoro che era quello di costruire l’associazionismo lì. Un associazionismo, naturalmente, forse un po occidentalizzato, ma il senso era ci ci contrammo parlando proprio degli statuti. Ecco, io onestamente, quando c’è stata la guerra in Ucraina, come ci siamo noi, abbiamo fatto ad esempio una raccolta di fondi, è stata aperta una chat, onestamente secondo me non si è andati oltre il proviamo a raccogliere dei beni, ma la parte di advocacy. Ma noi che possiamo fare? La società civile che cosa può fare, come può prendersi carico? E io onestamente l’ho vista un po venire meno. Voi siete, come dire, antenne straordinarie sul territorio, quindi immagino che quando vi muoviate lì abbiate delle interazioni. Poi da questo punto di vista che sensazioni state avendo? Cioè che.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Se il volontariato internazionale è attivo? Assolutamente sì, in Ucraina all’inizio era impossibile andarci, perché? Soprattutto il primo mese sparavano da tutte le parti per dirlo banalmente, per cui muoversi era complicatissimo e per un’associazione o eri già sul posto e dovevi fuggire. Dovevi fuggire? Perché qui, mi ricordo, stavo a Kiev. A un certo punto l’ambasciata ha chiuso la porta e si è spostata a Leopoli. Perché sembrava stessero arrivando i russi, insomma, era complicato. Però l’associazionismo è fondamentale anche in Libano, adesso raccontato dalla storia di questi, di queste associazioni di volontariato. Italiano in sede a Milano. Che che che aiuta i bambini. Ed è anche fondamentale, perché poi? In certi contesti. Esiste solo quello, no?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Su questo ho. Insomma ho ho ho un quadro un po più complesso, un po più sconfortante, tanto per cambiare. Io sono che. È molto legato, diciamo. Al a quella che. È stata l’esperienza specifica anche soprattutto, dei palestinesi. Ma anche degli afghani. Quindi diciamo di di dei due paesi che insomma mi sono un po casa.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

C’è molta differenza tra la tua generazione e già la mia, anche se poi non passano tanti anni, no? Perché la mia? Quindi, con pochi anni di differenza, quelli che come me hanno studiato relazioni internazionali, diritto internazionale eccetera, no, i famosi master in cooperazione internazionale.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Su una sciagura, una sciagura. E quelli che hanno studiato come fare i progetti della cooperazione internazionale? Perché sono i professionisti della solidarietà. Quindi dal un giro di pochi anni no, si è passati da quelle associazioni che tu hai in mente ad una cosa completamente diversa che sono le ONG. Allora è chiaro che no, è un po come il giornalista. Trovi quella piccola associazione, quella piccola ONG, quel piccolo attivista straordinario che ti fa pensare ovviamente no, che sono eccetera come il giornalista, quando tu ti imbatti nel giornalista straordinario eccetera, che ti fa pensare, ora faccio anch’io la giornalista. No.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Tu capisci che. È uno su 100. Per non parlare di costruire. Però qual è il problema delle ONG? Che rispetto appunto al passato.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Sono sostanzialmente parte del problema per i palestinesi, dicono sempre che hanno l’occupazione israeliana, la prima, la seconda l’occupazione autorità palestinese e la terza l’occupazione degli ONG. Cosa è successo negli anni dalla seconda intifada in poi? Così come esempio proprio molto concreto, Eh? Allora si chiude la seconda intifada, nel 2005. No. E viene costruito il muro, si chiude, eccetera. A quel punto l’idea è quella della pace attraverso l’economia. La pace attraverso lo sviluppo rovesciamo una valanga di soldi sui palestinesi. Viene nominato il Primo Ministro, Salam Faiad, economista. Della del Fondo monetario internazionale e quindi che tra l’altro, voglio dire, da un punto di vista teorico è una delle vie possibili alla pace, la pace attraverso l’economia, attraverso lo. L’Unione europea. È che sia nata in modo tanto diverso, no? Lavorando sul carbone e sull’acciaio, quindi, insomma. Quindi valanga di soldi sulla sulla, sulla Cisgiordania e anche su Gaza, fino a quando poi Hamas non ha vinto le. L’anno dopo? Troppi anche per la capacità di spesa. Della delle istituzioni, diciamo, palestinesi. E che succede? Che tutto, tutta quella società civile che la la prima intifada che voi ricordate? Io no, perché ero troppo piccola. No, era la società più vibrante, probabilmente, del mondo arabo. No, tutta quella roba lì sparisce. Sparisce perché viene sostituita dai miei laureati? Uguale a. Delle università, quelle in cui sono studia. No che perché loro sono i country manager, loro sono i country director, loro decidono a Londra, a Parigi, a Roma, di cose i palestinesi hanno bisogno in base ai finanziamenti che hanno. No, per cui a Bruxelles si decide che è tempo. No di dare spazio alle donne, che è una grandissima ********* in Palestina, perché in Palestina le donne lo spazio l’hanno sempre avuto, tanto che a capo della delegazione di Madrid del prima degli accordi di Oslo c’era Hama Shawi. Cioè quindi dire, no, io non ti finanzio questo se tu non mi metti a capo una donna. Una e tra l’altro detto no dagli italiani, che notoriamente no siamo i grandi difensori dei diritti delle donne, cioè è una cosa che non ha il minimo senso. Non ha il minimo senso quindi? Via via una per una, tutte quelle realtà che tu ricordi e con cui aveva rapporti, la Arci eccetera eccetera, spariscono, spariscono perché vengono sussiti da da dipendenti, da dipendenti, dipendenti stranieri. No, io potrei dirvi le cose più micidiali delle ONG internazionali. Poi non lo faccio perché c’è sempre. No, perché sembra di sparare sulla Croce Rossa, perché ci sono sempre quei pochi che lavorano bene. C’è Emergency, c’è medi senza frontiere no? E quindi che fai però? Cioè ci sono. Progetti che che. Ma io mi ricordo quando voglio dire la perché poi ti chiamano no? Possiamo dire quando pagano i giornalisti per andare a raccontare i loro progetti? Perché quando i giornali non pagano più perché stanno in crisi economica no?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

È tanto il problema della televisione.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Io non ho mai preso una lira Eh, ma.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

È perché poi stai in Rai? No, no, perché tu stavo dicendo non è il problema della televisione, è perché loro le risorse le hanno, no? Quindi la Rai non è che viene pagata dalle ONG? Ma secondo voi il giornalista che pubblica il reportage sulla dall’Afghanistan per il Fatto Quotidiano piuttosto che per il domani, no? Volete che vi dica quanto costa andare in Afghanistan? Viene pagato dall’o NGE. Poi voi leggete queste cose, cioè un’ONG italiana che non sta manco in Afghanistan ed è quella che compare di più sui giornali perché paga la gente per andare.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Che sia certificato?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Fare allora queste cose io di sinistra posso dire? Io le dico perché poi non me ne importa niente, nel senso io c’ho, poi uno può rispondere alla mia. Non devo rispondere, capito?

Leonardo Zellino, Inviato Rai

È una. È un argomento scivoloso perché ovviamente non vale soltanto nel per il sistema della vale per tutto EE come dire, e tocca la crisi del giornalismo che stiamo vivendo. Non metto in dubbio che ci sia qualcuno che.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

È possibile avere il giornalismo pagato?

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Hai per il redazionale, così come le case farmaceutiche probabilmente pagano per avere.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Esattamente.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Però posso dire. Quindi non c’è la crisi del giornalismo, c’è la crisi del giornalista che ha schiena dritta, deve dire no.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

È la crisi del giornalismo, perché se il giornalista è un freelance che non ha una lira, non. Un. Un giornale che gli paga 50 € 200 € per il reportage ha pagato 1.000 € di di volo per arrivare a catul arriva lì.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Certo, non copre nemmeno e non copre nemmeno.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Sono d’accordo, però io io non scarico non scarico il mio precariato, quindi afghani che ci hanno già abbastanza problemi. Io c’ho una linea morale dentro per cui io non vado.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

È molto più, è molto più complicato.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Vado a fare il marketing a gente che poi in Afghanistan ha mai fatto niente? Non. È mai fatto? Non vado a chiedere donazioni di Natale.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Come tutti i lavori ci sono III bravi colleghi, cattivi colleghi, come c’è il bravo medico e quello che non sa fare il suo lavoro.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Per carità.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Però insomma, le ONG svolgono un ruolo importante, questo è indubbio. Poi le strutture ci stanno dappertutto.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Allora? Come si arriva? Tra l’altro una delle ragioni no del 7 ottobre della crisi della società palestinese. Perché poi no? Andando nei dettagli no. Allora una cosa.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Perché poi contano i dettagli. L’articolo 1.5, quella che palestinesi chiamano la clausola 1.5. No, perché l’Europa che fa tanto la parte di essere, insomma la parte. Ecco la pace e tutto. Cos’è la clausola 1.5 è stata approvata nel 2019. Per cui da allora tutti i finanziamenti dell’Unione europea per avere i finanziamenti Unione europea e via via poi i vari governi a livello individuale hanno approvato la stessa, la stessa norma. I palestinesi sono tenuti a firmare una dichiarazione in cui si impegnano. A non non avere il minimo contatto nei loro progetti con gruppi terroristici. Ora, considerate che gruppo terroristico è praticamente qualsiasi gruppo politico palestinese. In più significa non avere contatti con nessuno che sia stata in carcere. Tutti i palestinesi sono stati in carcere. Sono stata arrestata persino io siamo stati tutti arrestati. Io sono stata arrestata tre volte, due volte da Israele, una dall’Autorità palestinese. Quindi dire Io ti finanzio, però a condizione che tu non sia stato in carcere in Palestina, diciamo, se tu non sei stato in. 6 1 po sospetto. Allora O1OOA Bruxelles, non hanno idea di che cosa sia la Palestina, cosa possibile, oppure c’è un tentativo molto chiaro di dire. Io ora io ti pago, però sostanzialmente io mi creo gli attori palestinesi, no? E giustamente i palesti hanno detto tenetevi. Vostri soldi? Qual è stata la conseguenza che siccome il vuoto non esiste, è per quello che si è inserito? Qatar è per quello. Perché poi no, l’Europa che pensa di contare non conta niente, conta niente, perché tanto il conto te lo paga il Qatar il conto te lo paga la Turchia il conto te. Paga. Saudita no. E loro auto emarginata da tutto. Perché? Perché se tu vuoi avere, hai un progetto no e vuoi i fondi dalla dalla dalla Comunità europea, devi firmare sto pezzo di carta in cui dici sostanzialmente.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Gruppi politici palestinesi, inclusa Fatah, sono gruppi terroristici, ma quale palestinese può farlo? Ma di questa cosa le ONG italiane e internazionali hanno per caso riflettuto? No, il problema? È questo, hanno letteralmente la stessa cosa è successa in Afghanistan. È meglio che non vi non venissi a raccontare che cosa è stato l’effetto dell’aiuto internazionale sull’Afghanistan con una corruzione micidiale che poi ha portato alla caduta del del governo e ovviamente al ritorno del potere dei talebani. Per cui solo parte del problema, perché non sono più quelle che si ricorda Alessandro, se non in minima parte. È chiaro che poi Emergency fa il suo lavoro e quindi lunga vita. Emergency, il problema è che per un Emergency. Poi ci sono 150. Che che forse è meglio se stanno a casa loro.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Ma la. Ovviamente delle fonti finanziarie che reggono l’attività delle delle organizzazioni non ufficiali e ovviamente estendibile al all’universo mondo. Perché non riguarda ovviamente al solo Israele. Ricordiamoci quello che abbiamo visto con la crisi dell’immigrazione, con con la risposta del governo italiano. Anche lì, anche lì ci sono fonti di finanziamento. Sulle quali però è complicato discutere, perché alla fine quello che dobbiamo osservare è il lavoro che svolgono. Condivido che ci possano essere delle criticità nell’analisi della.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Mi confesso come quello israeliano, no. Allora la famosa scuola di Teres Homme con costruita con con i con i le gomme, i pneumatici no, che viene continuamente distrutto e ridistrutta, ovviamente da Israele, è giusto che si continui a ricostruirla assolutamente in una in cui. Scuola, ma è giusto continuare a costruire e ricostruire quello che Israele demolisce? Giusto pagare il conto dell’occupazione ed è giusto aramalla andare a pagare gli ospedali perché poi in realtà l’Autorità palestinese ha i fondi per pagarseli da sé, quindi noi li costruiamo ospedali perché poi l’Autorità palestinese possa invece no andarsene in giro in Maserati. Cioè il problema è, è chiaro che sono contesti difficili, no? Il problema è, c’è una riflessione dietro tutto questo o si fa come in Afghanistan, dove c’è questo, forse il il progetto che più ricordiamo le famose sei capre da cashmere italiano, che sono passate 9 milioni di dollari. Nessuno sa neppure dove siano finite. Cioè queste sono le cose. Quando mi mi mi chiamavano NG italiana anni fa per andare ci racconteresti, io ero ancora al Fatto Quotidiano. Perché dovevo scrivere un reportage a Gerusalemme? No, perché abbiamo un progetto nel campo di shafat. Che cos’era questo progetto? Avevano asfaltato 500 m di strada. E. Perché altrimenti si allagava, non so che. Dopodiché ho chiesto, ho chiesto ai palestinesi, quanto è costata questa strada? Era costato 600.000 € 500 m di strada davvero sei. Mila euro? Dopodiché si ringraziassero che io non ho scritto niente perché poi se la sono presi anche con me dicendo che ero stata un giorno con loro e non avevo scritto niente nel reportage e non li avevo citati, ma ringraziassero che non li ho citati perché poi mi.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Preso una querela? No e tutto.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

La discussione dei finanziamenti pubblici europei non europei potremmo. Andare avanti per ore toccherebbe per esempio anche i finanziamenti italiani? No, anche in Italia ci sono le truffe sui fondi europei, poi ogni tanto ne scoprono uno. È tutto molto, molto complicato. Anche perché rispetto a quello che tu dici, qual è l’alternativa? Non ricostruiamo gli ospedali perché poi l’Autorità palestinese va in Maserati e ma se andiamo coi suoi. Soldi? L’Autorità palestinese va comunque Maserati o no? Non so.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Sì, però il problema di scusami l’ultima cosa poi ti ti ti lascio passare all’argomento successivo è un problema, diciamo, cerchiamo di teorizzare qual è il problema che oggi le ONG intervengono in modo tecnico.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

In conflitti che sono per definizione questioni politiche, allora questa idea di depoliticizzare un conflitto di dire io come ONG perché LONG stanno accuratamente lontane dalla politica, come anche, devo dire, la larga parte della stampa e dei giornalisti no, quindi stiamo lontani dalla politica di che che cos’è un conflitto se non. Criticano come si fa ad intervenire a Gaza a piuttosto che nella West Bank, piuttosto che in Bosnia, piuttosto che in Libia, no? In Libia come si fa a perché questo era il grande tema dell’O NHCR no del del dell’auto, Commissario per i rifugiati, quei centri che aveva aperto all’inizio per la gestione dei migranti, eccetera. Perché quella è una questione tecnica o ti stai forse inserendo in una questione complicatissima politica? I conflitti sono politici, quindi è inutile che uno sta là a dire io mi occupo delle cose tecniche, io costruisco l’ospedale, io asfalto la strada e io scavo il pozzo. Non è quello di cui c’è bisogno, soprattutto in Palestina, perché in Palestina? Il problema è l’occupazione, senza l’occupazione i palesi non hanno bisogno che noi li andiamo a costruire gli ospedali.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Ma Io credo ci sia bisogno di tutto e che non tutto si risolva politicamente. Cioè? Cioè penso che loro del meeting del volontariato ce lo insegnino, cioè intervenire con la pratica, col fare, portare un aiuto a prescindere dalle conseguenze, che questo abbia abbia effetti positivi senza schierarsi. E poi? Ripeto. Tu, totalmente complicato, che proviamo diciamo? Sul giornalista?

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

A tornare, anche perché sennò non ci pagano, perché insomma avevano detto che ci paga?

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Ada non ci pare, ma.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

È una battuta. Il ruolo dei social perché? Ci siamo. Sopra, diciamo due o tre volte, però. Nel nello scacchiere della dell’informazione, il pezzo che si muove senza regole perché è quello che segue. Apparentemente senza regole, oppure a volte regole che noi non vediamo, a noi sembra che non ci siano. E mi viene ancora una volta in mente l’esempio della Russia che durante il il conflitto in Ucraina si è fatta il proprio. Nei fatti si è fatta il proprio canale di informazione. Quanta gente oggi si informa sul conflitto russo attraverso Telegram per cui vede e legge? Le informazioni che. Da fonti che non è in grado di valutare, le ritiene quelle assolutamente. Vere e rispondenti alla realtà e spesso a volte mettono in crisi anche il professionista dell’informazione, perché abbiamo visto più volte video di attacchi che poi si sono. Beh, insomma, anche anche in Israele no? Sul sull’attacco all’ospedale si è si è parlato per settimane nella nel tentativo di capire qual era stata effettivamente la genesi e la. Come se ne esce e come si fanno i. Perché noi diciamo la ricetta ovviamente non ce l’abbiamo perché a volte quello che ti arriva da dai canali social è talmente dirompente che. Segna l’agenda dell’informazione.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

A me non so come se ne esce. Ma anche sui social, anche sui canali Telegram, ognuno rafforza la propria identità scegliendoli. Sì. Rispetto al conflitto russo ucraino, ci sono canali Telegram che che diffondono notizie russe EEI video che rafforzano. La la prospettiva russa, quella no, non di un’invasione, ma semplicemente della difesa del del proprio territorio. E viceversa, ci sono canali di propaganda ucraini, stessa cosa. In Libano, stessa cosa in Israele. Che nelle guerre ci sia la propaganda è inevitabile, mi verrebbe da dire.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Altro genere di propaganda non è la propaganda della della Seconda guerra mondiale fatta con i.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Volantini ma la propaganda serve, cioè perché Israele non ha diffuso quel video, quei video raccapriccianti della degli attacchi del 7 ottobre, non solo perché erano non trasmissibili tecnicamente. Ma perché demoralizzava certamente un popolo vedere quelle immagini creava dei problemi. Viceversa i canali telegram di Hamas? O comunque di di tutta quella sfera inondava la rete di, di di, di, di questi video di ammazzamenti dell’assalto, perché aveva l’obiettivo opposto, cioè quello di. Come di incidere sull’opinione pubblica per spingere il governo a trattare per il rilascio degli ostaggi. Ora, siccome tutta questa roba non arriva solo ai giornalisti che poi sul campo sono chiamati a raccontare. Arriva anche alla senza intermediazione, come Dicevi tu prima, direttamente al lettore che apre, si scrive, si unisce, fa, fa joint, si unisce ad un canale Telegram, accede a tutta una serie di informazioni. Io non so qual è la soluzione.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Sì, possiamo anche, ecco, portare il microfono. Un attimo solo. Abbiamo aperto il dibattito.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Le ho aperte il dibattito.

Intervento dal pubblico

Affetto e di stimo comunque l’anima importante. Comunque il lettore ha un’altro percorso, il lettore studio.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Lo tenga più vicino, sono.

Intervento dal pubblico

Il lettore studio. Sia e si informa ha sicuramente un’altra vita. Instagram e Telegram sono soltanto delle consorzio delle Brioche OKI palestinesi più incredibili, incredibili, vivono anche a New York, stanno alla password School, vanno a passeggio con Jenny Holzer, sono un’altra storia, quindi noi conosciamo perfettamente noi vi ringraziamo per il lavoro e scegliamo.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Lei signora è così attenta, ma le assicuro che. Il 99%? Delle persone.

Intervento dal pubblico

No, io ho fatto un percorso mio accademico, ha fatto un liceo, un tentativo di architettura, niente di più. Però ho un’idea, non posso costruire la mia vita. Il mio pensiero su Instagram e Telegram quali sono? Soltanto è un passatempo, è come andare. Poi alcuni che vogliono dedicarsi molto ben venga, però noi abbiamo un’idea su Israele, sulla Palestina molto più antica. Ci sono cimentati gli studi, i racconti II papà, i papà, i papà.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Sono d’accordo con lei, ma lei lei ha studiato e ha questo approccio all’informazione che non è non è la normalità.

Intervento dal pubblico

Io ero ragazzina e foulard di piazza Umberto. Li mettevo così perché mi piaceva. Ecco, era era una vanità. Però subito dopo insomma, ho capito che c’è ben altro. Quindi Niki, boots sono una sutura molto semplice, sono delle case molto semplici. Quella è una situazione e quelle performance terribili che ci sono state. Insomma, sono anche abbastanza leggere rispetto a quello che gli israeliani hanno fatto. Ecco, questo mi addolora molto. Però lo apprendiamo.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Magari fossero tutti già così, magari fossero tutti già così informati consiglieri.

Intervento dal pubblico

Poi magari.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Perché cioè io mi sono sentita chiedere il giorno del primo attacco, quello diciamo da parte dello iem venuto dallo Yemen, no degli degli uti. E la prima domanda è stata, ma non ho capito, ma cioè prima stavano contro ituzzi, adesso qual è il problema? Israele, quindi quello. Quello è diciamo il non dico che il lettore medio con cui mi misuro, però c’è anche quel lettore tende ad essere, diciamo, maggioritario.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Sì, ecco, non è un dibattito, però non io non vorrei essere, diciamo però così rischia di essere.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Mentre con quei social, cioè II giovani, purtroppo si informano solo attraverso i social, tutto ciò che passa Facebook ormai è è dei vecchi Tik Tok, Instagram, Telegram, sono.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Signora purtroppo è così. Glielo dico, diciamo al nostro discapito è perché Telegram, Instagram, questi qui non pagano. Quindi i giornalisti sopravvivono. Un giornalismo di qualità sopravvive se è pagato lo dicevamo prima, sennò poi i rischi, le derive. Per cui ognuno si compra il giornalista per avere la voce, per raggiungere l’opinione pubblica e.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Quindi Eh sì, diciamo vai.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Mentre mentre venivo qui, tra l’altro stavo seguendo insomma la la la caduta di Aleppo e c’era la notizia, a un certo punto che ha iniziato a girare che fosse stato ucciso Muhammad al jolani che sarebbe poi il capo. Diciamo di no, di Ayattari Rasan che EE diciamo organizzazioni. Di di pezzo di Al Qaeda, insomma, che ha riconquistato Aleppo. Allora sui social non certo. Sì, sui social per oranoncertoancorasullabbcosulla.cn n girano dei delle immagini. Del del. Corpo di Muhammad al Giovanni e lì mi è venuto proprio da pensare. Mi sono. Proprio risentita come quando ero ad Aleppo, perché Aleppo è stato e poi ancora di più l’Ucraina moltiplicato per 100, perché via via che la tecnologia va avanti ai ai tempi diciamo della della guerra di Siria, magari c’era solo Facebook che iniziava Twitter. Oggi c’è Instagram, ti tocchi, si moltiplicano i mezzi. Mi sono proprio risentita in quel momento, perché subito è iniziato no? su Twitter la battaglia di chi diceva no l’appunto con eltera no è generata dall’intelligenza artificiale, ma questa è vecchia, no, ma questa sì, ovviamente. Cosa mi è toccato fare? Cercare una cosa complicata, perché insomma, è più da tecnico. Dici cercare di andare a vedere metadata dell’immagine eccetera, una cosa che ecco, per me che in genere sul campo io non è che non ho Internet, non ho l’elettricità e immaginate se io al volo tra l’altro posso fare anche quest’operazione che essendo anche un po imbranata questo è difficile fare anche da qua.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Questo ci devono aiutare i colleghi che stanno nella sede centrale. Questo lo spieghiamo a chi non fa questo lavoro. No, adesso tutto è diventato più complicato perché c’è un’intensa l’intelligenza artificiale.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Questo esatto, questo si fa nelle relazioni.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Taroccare un video o una foto è facilissimo. Però. Devo dire che la tecnologia così come crea i pericoli, crea anche le soluzioni. Di cui per cui ci sono tanti strumenti che ti consentono un fact checking di quello quello che.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

EE non sono strumenti facili, per questo servono le relazioni.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Fa no, ma infatti avrebbe.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Una redazione? Certo, anche in buonissima fede, Eh, perché a volte, ma questo lo dicevo, anche perché rispetto al lettore abituale, normale se un giornalista fa così tanta fatica per verificare una notizia.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Pensate invece voi, lo dico a voi che certamente non siete voi che state qui e siete. Sicuramente persone interessate AA capire come.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

La casalinga di Voghera no.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Il mondo. Ma il lettore distratto della domenica che si imbatte sulla notizia che gli passa avanti sui social, pensate che abbia modo di verificarla?

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

O che legga. In più del titolo, quello è il fermo.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Tra l’altro, quando? Quando a un certo punto c’è stato lo scambio dei prigionieri durante la la tregua, quella a fine novembre, no. Una delle prigioniere liberate, delle detenute palestinesi liberate e una anche delle più raccontate, perché non è un soggetto, è una che a Gerusalemme a settembre credo. Insomma. Era stata arrestata perché aveva avuto, diciamo così, uno scontro con un soldato nella città vecchia di Gerusalemme e questo. EAA settembre aveva un po indignato, diciamo il mondo arabo, perché che cosa si vedeva si vedeva nel video che era girato diciamo nei canali palestinesi arabi. Si vedeva questa signora di mezza età che veniva spinta a terra da un soldato vicino alla moschea di Alacsa EE poi veniva insomma presa a calci tutto eccetera. Una signora. Questo è il video che vedete nella parte araba parte israeliana. Voi vedete anche una parte iniziale del video, c’è lei che con un coltello da cucina, di quelli proprio per spalmar la Nutella. Tenta di di diciamo di accolte. Soldato quindi questo la la parte diciamo israeliana. Ovviamente iniziano e include anche questo tentato accoltellamento. Ora qual è il ruolo del giornalista internazionale? Internazionale intanto è possibilmente prendere il video diciamo per intero EE dirvi che diciamo non è non è vera né l’una né l’altra metà, nel senso che certo la signora no ha aggredito il il soldato tra l’altro era una di Hamas. E tutto quindi insomma. Fa anche tutto un background, al di là di quello. Certo. L’ha aggredita o ha aggredito questo soldato con un coltello da niente. E un soldato è, si spera, come un nostro poliziotto, un nostro carabiniere addestrato certamente a non sparare. Per esempio, come capita spesso no che uno si avvicina a un checkpoint un ragazzino col coltello e viene ucciso. Si spera che i soldati israeliani spesso lo sono abbastanza addestrati da non reagire, eccetera. Questo soldato, per esempio, aveva reagito buttando a terra la signora, non certo sparando alla signora No. Ecco, il compito del regia internazionale, del realismo internazionale del giornalista, diciamo in generale è quello di dare questo contesto. E per evitare che si infiammino gli animi, perché quel video preso a metà aveva infiammato gli uni gli altri. Semplicemente andava spiegato, ora è vero tutto quello che si dice sui social e soprattutto, appunto, è molto, molto difficile. Io tendo appunto ogni volta che arriva un video e tutto è talmente complicato verificare eccetera che però però quando no, la signora dice io leggo eccetera eccetera. Consigli, per esempio? Dove si formano i palestinesi? Dove non c’è più neppure un giornale, non c’è più, ha chiuso. Esistono solo i social network. Certo, esiste Al Jazeera, no, che ora non ha più l’Ufficio di Ramalla perché gliel’ha chiuso Israele, dove si informa adesso? Lasciamo perdere anche le questioni, diciamo internazionali, il cittadino di Ramal che si deve informare no, come il cittadino barese sulle questioni Ramalla, no, qual è la Gazzetta della Gazzetta di RAM? Qual è la Gazzetta di Jinal non esiste, non ce l’hanno, perché quello che non gli ha chiuso i sereni gli è stato chiuso dall’Autorità palestinese, le Filippine. Quando sono andata nelle Filippine a raccontare ai jihadisti delle Filippine la guerra di luterte eccetera, perché? Maria ressa ha vinto no, il Premio Nobel eccetera. le Filippine hanno solo ed esclusivamente Facebook. Da cosa è iniziata la Primavera araba? Ora ce lo siamo dimenticati nel 2011 no, quando viene ucciso in Egitto, cioè c’era stata prima la Tunisia per la verità, ma insomma quando poi si allarga no, perché in Egitto viene ucciso?

Intervento dal pubblico

Strutturato.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Questo ragazzo che si chiamava che stava lì in una sala giochi, Khaled Said, è un egiziano anonimo, apre questa pagina, siamo tutti Sal. Said, cioè la Primavera araba non ci sarebbe stata senza Facebook, Facebook, noi siamo fortunati perché abbiamo la ora con tutti i limiti, abbiamo la Rai, Abbiamo Repubblica, abbiamo la Gazzetta del 12:00, ci sono paesi che hanno solo i social network, quindi è complicato EE veramente non è in bianco e nero. Ecco il il avere un professionista dell’informazione, perché molti ora? Ecco, chiunque può essere come diceva lui all’inizio, no, succede una cosa è quello il Citizen Journalism no, che io ho detto va benissimo. In genere diamo dei nomi inglesi a delle cose diciamo no, perché per quanto mi riguarda il Citizen Journalist no se uno ci riflette. Può essere due cose, quello che l’undici settembre camminava sotto le Torri gemelle. Quando sono state colpite ha scattato la foto. Beh, c’abbiamo una parola italiana, Eh, per dirlo. E si chiama testimone.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

È la stessa cosa. Però io mono ora non voglio. Ho una mozione d’ordine che arriva dall’alto perché è già collegato il Presidente Bertinotti, per cui diciamo noi abbiamo i minuti contati. Se c’è una domanda dal pubblico, rapida, diciamo, proviamo a far rispondere ai nostri ospiti. Non non vi ha calcate una? Ah, ecco, ecco, l’abbiamo trovato.

Intervento dal pubblico

Sì, Buonasera, allora io vedo costantemente la sera tanti talk show. Nessuno ha mai parlato di quello che ha detto Lei. No lei, lei, lei signora che o Francesca ho capito che dal 2007, ma lei è ancora cittadina italiana.

Intervento dal pubblico

Sono a Varese e l’hanno mai sentita? Dal 2007 ad oggi gli organi politici di questa nazione. E Papa Francesco, lei l’ha mai sentito? Cioè io ho appreso delle notizie che non sapevo, non sui giornali, non non conosco. E apprendo verità che sono spaventose. Ma i nostri politici le sanno? Quello che lei sta raccontando, secondo me non la sa neanche il ministro degli Esteri, né tutti quelli che si sono succeduti.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Grazie. Ci sono.

Intervento dal pubblico

Veramente noi avremmo voluto che lei rispondesse alla domanda che le era stata posta. Seamas avesse previsto. Perché poi, insomma, ci sono stati ulteriori interventi e quindi? Ha.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Rapidamente, rapidamente sì.

Intervento dal pubblico

La risposta volevamo conoscere la sua risposta, grazie.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Sì, sì, allora rapidamente, rapidamente, quello che diciamo. Assolutamente. Hamas aveva incluso nel suo piano colpire deliberatamente i civili. Assolutamente. Questo continua a negarlo. Ma dalla ricostruzione emerge che appunto, assolutamente aveva pianificato di colpire anche i civili e non solo di prendere ostaggi, ma di compiere un massacro. La ricostruzione? Sembra più probabile è che comunque il tutto sia andato oltre, diciamo in termini di no, non si aspettava i 1200 morti, 250 ostaggi. A quel punto. È scattata un’altra cosa, cioè c’è un calcolo. Di abbiamo sempre detto no che. Israele il senso del dell’esistenza stessa no di Israele è quello di essere un rifugio per gli ebrei, quindi questa è una cosa che per chi non è ebreo o per chi non ha un legame con Israele è molto difficile da comprendere. Israele è la il riparo degli ebrei? No? Allora Israele ha un’attenzione per i suoi cittadini ebrei che è incomparabile a quella. No. Quando quando io sono stata arrestata al Cairo per per l’inchiesta Regeni non mi ha protetto. l’Italia che mi aveva onestamente consegnato agli egiziani mi ha protetto. Israele mi ha protetto contro. E tutti. Perché io in quel momento, da non ebrea, io sono una firma di punta del principale quotidiano e io ero una di loro. E io non avevo dubbi. Io quando sono stata fermata non avevo dubbi che Israele mi avrebbe tirato fuori.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

No, di Francesca non se l’aspettava, sennò rischiamo proprio. La signora vada a casa e ancora non ha la risposta, non se l’aspettava. Se è andato tutto oltre quello che avevano pianificato, per cui poi.

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Il senso di Israele. E allora quindi, quindi quindi gli yaya singuar?

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Non si aspettavano cosa?

Francesca Borri, Giornalista e corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente

Voglio assiguare. Era certo che con quel numero di ostaggi che lui aveva pianificato, no, Israele avrebbe ceduto. Perché avrebbe, come dire, la liberazione degli ostaggi sarebbe venuta prima di tutto, quando invece questa cosa c’è stata detta la sera stessa del 7 ottobre da c’è stata detta dalla Turchia. Quando invece è diventato quello che è diventato 1200 morti e morti in quel modo, trucidati in quel modo, a quel punto per Israele no. È diventata la sopravvivenza. No. E quindi? Di larga parte di Israele. Non solo, Netanyahu ha detto prima la sopravvivenza di Israele e poi, se sarà possibile, liberare gli ossaggi. Considerate che c’è larga parte, incluse alcune famiglie degli ostaggi che dicono, siamo pronti a sacrificare nostro figlio, nostro padre prima, prima la distruzione di Hamas. Incluse alcune famiglie degli ostaggi.

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

Scusate, però siamo a fare.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Siamo possiamo arrivati veramente al limite del nostro tempo.

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

Scusate, ma non possiamo fare un dibattito.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Siamo.

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

Vabbè però scusate, chiedo scusa signora, lei si è già espressa, ne abbiamo?

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Vabbè sì, siamo a. In ogni caso, in ogni caso, ci fanno ampi segni di chiudere.

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

Il suo pensiero? Purtroppo.

Massimiliano Scagliarini, Vice direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno

Abbiamo affrontato, siamo siamo partiti dal dal tema delle responsabilità, ne abbiamo affrontato alcuni aspetti, siamo andati anche in in profondità su alcune questioni, però credo che a questo punto ci lasciamo con un dibattito. Molto pieno, anche con interrogativi ancora da affrontare. Però chiaramente il tempo non ce lo permette. Grazie a Francesca Bo. Grazie a Leo Zellino grazie a.

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

Voi? Beh, innanzitutto grazie anche a Massimiliano scagliarini e scusate solo alcune parole. Vabbè. Innanzitutto volevo unirmi ai ringraziamenti a Francesca Borri e Leonardo zellino, perché secondo me sono poi due eccellenze del nostro territorio che ci rendono orgogliosi. Siete come la mozzarella, ma.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Come la mozzarella?

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

Lo dico, lo dico davvero, perché poi. Comunque. Voi svolgendo un lavoro importante e credo che in qualche modo anche questo tipo di incontri siano anche a creare poi le ricadute sul territorio perché ci informiamo della vostra vivavoce oltre a vedervi ed ascoltarvi.

Leonardo Zellino, Inviato Rai

Grazie a voi perché siete appassionati e partecipate ancora ai dibattiti pubblici che è una cosa molto bella.

Alessandro Cobianchi, Direttore Centro di Servizio al Volontariato San Nicola

L’ultima cosa a proposito, a proposito di dibattiti, adesso a seguire c’è l’incontro con Costantino Esposito, Fausto Bertinotti e Rosa Franco che chiude il nostro meeting, però vi invito anche a seguire. Poi lo spettacolo dedicato a Franco marcone, vittima di mafia io sono Franco che seguirà subito. Dopo l’incontro appena annunciato, grazie a tutte e a tutti.