Franco Arminio negli ultimi anni ha messo a punto un modo assai originale di portare in giro la poesia. Il suo non è propriamente un reading, anche se legge versi dai suoi libri e in particolare da quelli più recenti, come Sacro Minore e Canti della gratitudine. Non è uno spettacolo teatrale, non è un dialogo coi lettori, ma un po’ tutte queste cose intrecciate assieme. L’intreccio è sostenuto dalla forza trasformativa della parola poetica, capace di fondere l’aspetto intimo e quello comunitario, il lirismo e l’impegno civile. Quella di Arminio si potrebbe definire una cerimonia lieta e pensosa: c’è spazio per il nostro lato dolente, come se ogni incontro fosse una sorta di federazione delle nostre ferite, e c’è spazio per la voglia di lietezza e di comunità che non possiamo più permetterci di trascurare. Una serata in cui il pubblico e il luogo sono assai importanti: ogni evento è unico e irripetibile.
Questo spettacolo teatrale è il racconto, il Cunto, di un piccolo paese che accoglie l’arancia come frutto e con la fatica dei suoi lavoratori (i raccoglitori) e delle sue lavoratrici (le agrumaie interne) diventa ricco e fiorente. Le lotte per i diritti delle donne sono la polpa di questa storia, una polpa rossa come la qualità di arancia che qui, di fronte al vulcano, si produce e anche rosso come il sangue delle lavoratrici, la cui storia viene spesso dimenticata o messa in secondo in piano.
In particolar modo, narriamo la vita di Graziella Vistrè, bagherese trasferita a Lentini, una persona straordinaria, forte e fragile, vera, dirigente sindacale e anticipatrice delle lotte per i diritti delle donne, una delle fondatrici dell’Unione delle donne (UDI) in Sicilia; nel racconto le due città si sovrappongono fino a diventare un’unica terra materna, una matria interiore per Graziella, un posto in cui donne e arance vivono un profondo legame di sorellanza.
Per recuperare la sua storia e il mondo delle arance il cuntista Alessio Di Modica ha cercato testimonianze orali dirette di chi ha vissuto nei primi anni Sessanta, gli anni in cui Graziella Vistrè operò tra Bagheria e Lentini e in cui il commercio delle arance era forte, una risorsa che sembrava senza fine. Graziella Vistrè nel racconto diventa il centro di un ritratto collettivo, di un momento storico di lotte e rivendicazioni, di luce e di buio, di inverno e del germe di quello che poi passerà alla storia come l’autunno caldo.
Sabato 30 Novembre Meeting Volontariato: Femminismo Terrone – Spettacolo teatrale Sole d’Inverno
Daniela Marcone, Referente nazionale della memoria – Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie APS
La storia di Franco è la storia di un uomo che ha nel nome un destino: l’onestà. Franco ha il ‘vizio’ di riparare le cose, di farle funzionare. Franco è un uomo normale e di normale ha la vita, la famiglia, il lavoro. Fino a quell’ultimo giorno di marzo, quando, costretto a lasciare tutto, alla debita distanza, rileggerà sotto una nuova luce la sua città, i suoi amici, la sua infanzia, i suoi ragazzi, sua moglie, sua madre, suo padre, soprattutto. Guardandoli si renderà conto che non cambierebbe nulla di quello che ha fatto, rifarebbe tutto proprio così. Perché riparare è un gesto di cura, di attenzione e di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. E la responsabilità è la possibilità della scelta, di dissentire per sentire quello che accade intorno. La storia di Franco è la storia di un uomo che ha nel nome un destino: l’onestà e la libertà. La storia di Franco è una storia che deve essere raccontata perché è una storia che non finisce mai.
Le storie di mafia o meglio, le storie delle vittime di mafia o di qualsiasi criminalità organizzata, sono storie di uomini che vivono in maniera ordinaria seguendo un’etica e una giustizia che appaiono straordinarie e lo fanno pur avendo la consapevolezza di andare controcorrente. Non per distinguersi ma perché credono fermamente, con onestà e genuinità, alla normalità del bene. Questa normalità è alla portata di tutti, perché è replicabile, è condivisibile, si può tramettere, si può insegnare, è accessibile e per contro, rende straordinario l’ordinario. Come quando si assiste alle acrobazie o ai traguardi sportivi raggiunti da un atleta, tutto appare semplice e ci si ritrova a pensare ‘posso farlo anch’io’. Allora serve allenamento, costanza, dedizione che vengono appagate e ripagate nel tempo dalla meraviglia e dalla soddisfazione di una conquista e di un tassello che si aggiunge via via e quello che ci sembrava difficile e impossibile si rivela facile, normale.
Agire e vivere distinguendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato significa agire da uomini e donne consapevoli, responsabili e soprattutto liberi. In questo consiste a libertà, nella capacità di discernimento e di giudizio critico sulle cose, sui fenomeni perché li si conosce e li si sa leggere. Solo così la cultura non è didascalica né resta puramente accademica ma è desiderio di conoscenza che si declina nella vita di tutti i giorni di uomini e donne normali, comuni e giusti.
Franco Ferrante Lidia Bucci
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